Non voglio perdere nessuno dei vostri contatti

mi trovate su SKYPE cercando giopics, su messenger (raro) cercando giopic@gmail.com via mail a dubbafetta@gmail.com , o a casa mia ma con una bottiglia di buon vino e tanta voglia di stare assieme in via taldeitali n 0.

Ciao

a spero presto

Marietto a quest’ora sarà all’aereoporto di Madrid aspettando che la lingua mobile trasporti il suo bagaglio verso di lui.
Ieri siamo stati a casa di Monica per festeggiare il suo coraggio.
Si perchè Marietto è partito per la Spagna, per cambiare vita, o meglio per dare alla sua vita un colore che sia definitivo e definitivo.
Monica ha una casa con spazi distribuiti in maniera armonica, si sta bene.
Abbiamo ascoltato rock anni 70 e bevuto vino un po’ troppo freddo.
Marietto dava spiegazioni e faceva pronostici sul suo futuro, io lo guardavo parlare, mi passavano in mente un sacco di momenti vissuti con lui, situazioni con carichi di adrenalina difficilmente dimenticabili, vita.
In casa c’era anche Lena , che non vedevo da quando a Milano giravano le carrozze, abbiamo passato la metà della serata a parlare di cosa abbiamo fatto durante il tempo in cui non ci siamo visti, e continuavamo a chiederci il perchè , del fatto che non c’eravamo piu’ visti.
Io lo sapevo e anche lei, ma giocavamo a non saperlo, come a voler ribadire quanto possa essere elastica una storia e quanto il tempo in fondo non cambia poi tanto le cose.
Ci siamo scambiati i numeri di telefono e le mail, non mi ha chiesto se sono su Facebook penso perchè conoscendomi si aspettava la risposta.
Ci siamo promessi di rivederci presto, una promessa suggellata da un bacio che ha sfiorato le labbra di entrambi, ci siamo cercati, una frazione di secondo di libertà e ricerca di noi stessi, di zero tensioni e voglia di sentire la pelle sulla pelle, ma anni di lontananza e cose successe ed errori di valutazione e scelte prese in ritardo ci hanno tradito.
Poi siamo rimasti in quattro , a camminare per una città semispenta e narcotizzata da se stessa, la vecchia guardia che non molla mai, che chiede ai locali che stanno chiudendo se per caso c’e’ tempo per un altra birra.
Poi ci siamo salutati, stringendoci in un abbraccio d’istinto e fratellanza , anima e pensiero fusi in quattro braccia che si avvinghiavano a due corpi.
Cerca di svoltare.
Svoltero’.
Questa è stata l’ultima sua parola prima di vederlo andare a casa dentro la sua macchina con l’assicurazione scaduta da mesi.
Mi chiedo se possa esistere un futuro migliore anche per me, e se ho ancora almeno una piccola riserva di coraggio per tentare quello che sta facendo marietto.
Adesso sono a casa, dopo essere stato a Milano, per una missione di recupero portafoglio.
Ho ringraziato la sorte, perchè fino a quando non mi hanno chiamato al cellulare non mi ero reso conto di averlo perso.
Una donna sui 50 , carina e dai modi gentili.
Mi ha chiamato alle 2 di notte, dicendomi appunto che aveva trovato il mio portafoglio, ho ringraziato centomila volte lei, e anche di aver avuto un bigliettino da visita con il mio cellulare stampato sopra, prima di riattaccare ieri le ho chiesto solo se poteva dare un occhiata per vedere se c’era tutto il necessario, mi ha detto si sembra ci sia tutto perchè c’e’ una carta di credito e 20 euro intere, carta d’identità e tessera giornalisti.
Mi sono chiesto subito dopo cosa stesso pensando di me, perchè sicuramente avra’ trovato anche le mie solite cartine e filtri sparsi per le mini tasche del portafoglio.
Non sapendo come ringraziarla , mi sono impegnato a regalarle un servizio fotografico appena ne avesse avuto bisogno, lei ha sorriso dicendo che mi prendeva in parola per il prossimo concerto di sua figlia che suona il pianoforte.
Per una frazione di secondo ho fatto un calcolo di età al volo, pensato che sua figlia potesse essere gia’ ventenne e magari pure carina, è stato per un attimo solo, ma l’ho pensato.

CONCLUDO LA MIA MISSIONE

Pubblicato: 3 settembre 2010 in VIDEO


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:::::::VIENE E VA::::::

Pubblicato: 2 settembre 2010 in VIDEO

Quando sono nato era settembre e ho sempre avuto la consapevolezza di ricordarmi il preciso momento, in cui ho messo piede in questa specie di mondo.
Di sicuro ad aumentare il volume di quel ricordo ha dato una grande mano mia madre.
Che non perde mai una cena o un ritrovo tra amici per finire a raccontare la storia del momento in cui sono nato, tralasciando sempre il finale.
Uscito da quell’isola felice, confortevole e fedele mi sono affacciato a quello che tutti quanti definiamo per convenzione il mondo vero, in quel momento è successo qualcosa che nessuno si aspettava, mi sono messo a ridere.
Ho riso di una risata sghignazzante che aveva il gusto di una sfida, era come vedere un bimbo posseduto da qualche divinità protettrice della risata.
Il medico e la sua assinstente avevano la faccia di quelli che hanno appena visto un fantasma.
Potevano aspettarsi di tutto, un bambino che piange, un bambino con il liquido amniotico ancora in gola e che va subito messo a testa in giù per aiutarne la fuoriuscita o un bambino con la faccietta spaventata che non ha ancora deciso se scagazzare la sua infelicità sul letto sterizzato della madre o piangerla istericamente attraverso le sue insicurezze per i 30 anni a venire.
Io ridevo come se conoscessi esattamente tutte le tipologie di risata che esistono in natura.
Ho smesso di ridere nell’istante in cui mi hanno porto a mia madre, e in quel passaggio ho dato un occhiata ad un manifesto, nel corridoio che portava alla sala parto, c’era qualcosa in quel manifesto che non mi piaceva, un disegno di un soldato che imbracciava un fucile, invitata alla leva un suo coetaneo, che stava fumando uno spinello, un ragazzo indeciso sul suo futuro, inesperto, libero.
Mia madre sostiene che io abbia smesso di ridere per lei, e questo errore di valutazione, che allora non riuscii a spiegare perchè mi portarono subito via da lei per fare I dovuti controlli, mi è costato un sacco di punti nel tabellino della fiducia tra genitori e figli.
I primi ricordi assoluti che ho di me, risalgono a quando avevo circa 7 anni, preceduto da un solo ma forte e vivo ricordo di me in carrozina , all’alba, in giro per Cordoba.
Mi spingeva mio nonno, una suora si avvicina alla carrozzina e fa smorfie strane nei miei confronti, un “nghe ghe pucci nghe ghe” che non comprendevo, mi sono sempre domandato perchè gli adulti si trasformano quando parlano con un bambino piccolo, diventano dislessici e brutti, assumono sguardi incatalogabili che il bambino ricercherà negli anni avvenire ma non ne troverà più traccia.
Mio nonno si avvicina a me con quel suo faccione da chi ne sa sempre una più di te, e mi dice Gio fai vedere alla suora come fai il segno della croce?
Me la faceva provare ogni giorno mio nonno, lontano dagli sguardi di nonna e di mamma, mi portava al parco e stavamo uno davanti all’altro, lui su una panchina verde scuro e io nel mio passeggino rosso compratomi proprio dal nonno.
Sembravamo nel dietro le quinte di un circo gigantesco, lui cercava di ammaestrarmi sulle mosse da fare con le mani in varie situazioni possibili.
Quella della suora era una delle sue preferite, e quel giorno abbiamo avuto la possibilità di portarla dal circo al grande schermo.
Quando mio nonno mi disse la parola suora ho istintivamente alzato la mano sinistra e piegato i ditini laterali lasciando dritto e teso verso il cielo quello centrale.
Siamo corsi via ridendo come non mi ricordo di aver riso più.

PS QUALCUNO E’ ARRIVATO SUL MIO BLOG CERCANDO “COME SI FA UNO SPINELLO” devo preoccuparmi? 🙂

E ADESSO FAI LA TUA MAGIA, STREGHETTA MIA
SUONA SUL MIO CORPO LA TUA MELODIA